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Parchi Archeologici >> Parco Archeologico di Sibari
 
Verso la metà del l’VIII sec a.C. un vasto movimento di genti provenienti dalla Grecia innescò il fenomeno di migrazione noto come “colonizzazione greca” che ha interessato le coste dell’Italia meridionale e della Sicilia.
Sibari è la prima colonia fondata dagli Achei sulla costa ionica della Calabria.
La protezione naturale costituita dalle foci dei due fiumi e la fertilità della pianura in cui venne fondata, a sud del golfo di Taranto, favorirono la colonia, che in breve tempo divenne ricca e famosa, riconosciuta come la più potente delle città magno greche. La posizione egemonica della colonia, estesa su un vastissimo territorio non ha pari nell’occidente coloniale e tantomeno nel mondo ellenico dell’epoca, ciò ha fatto spesso parlare di un “impero” sotto il controllo di Sibari.


La crescente potenza sibarita preoccupò Crotone, il cui territorio arrivava ai margini meridionali di quello sibarita. Il continuo antagonismo tra le due poleis sfociò in una guerra che, nel 510 a.C. vide la sconfitta e la distruzione di Sibari. I Sibariti superstiti tentarono a più riprese di rifondare la città, ma questi tentativi furono sempre vanificati dagli interventi di Crotone. Nel 444 a.C. Pericle, in una fase espansionistica della politica ateniese, accolse le richieste dei sibariti esuli ed organizzò una spedizione coloniale con lo scopo di dare vita ad una colonia panellenica alla spedizione parteciparono molti personaggi illustri tra cui il filosofo Protagora, lo storico Erodoto e l’architetto Ippodamo di Mileto, artefice dell’impianto urbano della nuova colonia.
Diodoro Siculo dopo aver riportato le notizie riguardanti le circostanze che portarono alla fondazione della città, rende testimonianza delle notizie riguardanti l’organizzazione urbana . Riporta che lo spazio venne diviso con quattro strade larghe (plateiai) nel senso della lunghezza e tre in quello della larghezza, le aree incluse tra le strade larghe, ulteriormente suddivise tramite strade strette (stenopoi) in modo che, quando questi spazi si presentarono riempiti di case.
La città appariva ben pianificata con una pianta quadrata, di cui conosciamo una grande plateia con orientamento nord-sud (detta plateia A) larga 29.50 m. (100 piedi attici) incrociante all’estremità sud una plateia con orientamento est-ovest (plateia B) larga 14.59 m. (50 piedi) corrispondente ad ½ di A. La plateia B dopo 295 m. (1000 piedi) verso est dall’incrocio con la plateia A, intercetta un’altra plateia (detta C) con orientamento nord-sud larga 12.40 m. (40 piedi; 2/5 di A).
Si è riscontrata la presenza di stenopoi con andamento est-ovest lungo la plateia A, con intervalli quasi regolari di 35-37 m. e larghi 3 m. mentre nell’altro senso, nord sud, si riscontra la loro presenza ad intervalli di 74 m. circa, ulteriormente divisi da una fogna larga circa 1,80 m. Alla luce degli scavi sembrerebbe quindi possibile ipotizzare una maglia di 390x295 m suddivisa in blocchi di 37x37 m circa creanti due abitazioni a pianta quadrata con un lato di circa 17-18 m.
Sempre grazie al racconto di Diodoro siamo in possesso anche dei nomi delle strade di Thurii; le quattro plateiai nel senso della lunghezza sono Eraclea (Herakleia), Afrodisia (Aphrodisia), Olimpiade (Olympias) e Dionisia (Dionysias), mentre le tre nel senso della larghezza sono Eroa (Heroa), Thuria e Thurina.

La colonia però non ebbe vita facile, già prima della sua fondazione dovette affrontare dissidi interni nati tra i sibariti esuli e i nuovi coloni, che si risolsero con l’allontanamento dei primi; dovette successivamente fronteggiare Taranto per i territori una volta appartenuti a Siris e i tentativi dei tiranni di Siracusa di estensione dei loro domini, nonché la crescente spinta espansionistica delle popolazioni italiche. In una situazione territoriale di decadenza, sul sito di Thurii fu dedotta nel 194 a .C. la colonia latina di Copia. La città, completamente romanizzata, vivrà un progressivo sviluppo, divenendo nell’84 a.C. municipium romano. La prosperità del centro raggiunse il culmine in età agustea. Nelle fonti letterarie la città continua ad essere chiamata Thurii nonostante sulle monete compaia il nome Copia. Copia-Thurii divenne una tranquilla città dell’impero, ricordata da Cicerone come “luogo appartato, con una campagna ben coltivata e con uno dei pochi porti praticabili della costa Ionica”.
In epoca tarda il centro venne gradualmente abbandonato per l’innalzamento della falda acquifera e il conseguente impaludamento che nel VII secolo d.C. portò al definitivo abbandono del sito.

Gli scavi
Più di venticinque secoli di storia avevano provocato profonde modifiche sul territorio di Sibari, trasformando il suo aspetto e fuorviando le ricerche. L'avanzamento della linea di costa, dovuto ai depositi fluviali del Crati e del Coscile e le modifiche degli alvei dei due fiumi, avevano sviato la ricerca archeologica, che non trovava il riscontro dei testi nella morfologia del territorio.
L'esplorazione scientifica del territorio di Sibari ha inizio nel 1879 sotto la direzione dell’ing. F.S. Cavallari, direttore del Museo di Siracusa, che seguendo le indicazioni di Strabone, Erodoto, Diodoro, iniziò a fare le prime ricognizioni tra il Crati ed il Coscile ma le scarse risorse economiche non portarono a risultati di rilievo e gli scavi si interruppero due anni dopo, con la messa in luce della necropoli ellenistica di Thurii. Dieci anni più tardi L. Viola riprese le ricerche, esplorando però una zona molto più a monte del sito di Sibari; i suoi scavi lo portarono a scoprire un'importante necropoli enotria ed un insediamento del periodo del bronzo-ferro (XII-VIII sec. a.C.) nell'area di Torre Mordillo. Nel 1908 P. Orsi cercò di far ripartire gli scavi ma, a causa di grandi difficoltà legislative e organizzative, non vi riuscì. Solo nel 1932 U. Zanotti Bianco condusse una larga serie di sondaggi si dando il via ai primi tentativi archeologici che cominciarono a portare alla luce il sito di Sibari.
Lo scavo sistematico del sito inizia però soltanto nel 1967 e per un decennio va avanti senza sosta, dopo una fase di prospezioni elettromagnetiche e carotaggi, che mappano il territorio di Sibari per finalizzare le ricerche nei settori di maggiore concentrazione archeologica. Fin da subito risultò evidente la complessa stratigrafia dovuta alla sovrapposizione di tre città sullo stesso sito, seppur non totale e con diversa estensione. Gli scavi sono stati ripresi nel 1991 fino al 1999. Le aree di scavo fino ad ora indagate son quelle dei cantieri di Parco del Cavallo, Prolungamento Strada, Casabianca, Stombi e Oasi


• Parco del Cavallo
All’interno del cantire di Parco del Cavallo sono state messe in luce due delle plateiai menzionate da Diodoro Siculo a proposito dell' impianto ippodameo di Thurii: identificate con la Olympias e la Thurina (o Heroa ). Le plateiai vengono riutilizzate in età romana, quando gli edifici e le strutture della città di Copia sono allineati su una parte del regolare tracciato urbano. Delle strutture monumentali della città romana sono visibili resti del muro di cinta e di una delle porte di accesso (Porta Nord), il Teatro, una grande domus , l'edificio termale. Sono riconoscibili anche alcuni quartieri di edifici privati e le tabernae. In un piccolo saggio all'interno di un vano della grande domus romana, sono visibili i muri di un'abitazione di Thurii.
Porta Nord: Accesso principale alla città di Copia la porta immette su una delle plateiai principali portate in luce negli scavi del 1969. Lo scavo dell'area adiacente la porta, condotto dal 1998 ad oggi, ha evidenziato un'area funeraria ai lati esterni della strada, con alcune strutture murarie riferibili a complessi tombali di privati cittadini .
L'accesso Nord alla città di Copia era inserito nella fortificazione costituita dal lungo muro che cingeva la città realizzato con due cortine accostate: il paramento esterno di blocchi quadrangolari di recupero da vecchie strutture turine, quello interno realizzato in opera cementizia. Sono ancora visibili in qualche punto gli alloggiamenti dei diatoni, i blocchi di collegamento e rinforzo disposti perpendicolarmente tra l'opera cementizia e il paramento in blocchi.
L'ingresso Nord doveva presentarsi imponente, probabilmente con un fornice ad arco a tutto sesto. La strada lastricata che attraversa la porta si restringe qui a soli 3,6 metri di larghezza e permetteva il transito di un solo carro per volta e un miglior controllo; sul basolato stradale sono perfettamente visibili i solchi lasciati dalle ruote dei carri. Ai due lati dell'accesso principale, si aprivano le porte pedonali larghe poco più di un metro; sono visibili due canali di scolo per il deflusso delle acque, coperti da blocchi disposti con volta a botte, situati tra la porta centrale e i due ingressi laterali.
Questi canali attraversavano lo spessore della porta ed erano bloccati da grate in ferro. Una porta a caditoia (cataracta) ed una lignea a doppio battente completavano il complesso. Attraversato il varco, sulla sinistra rimane ancora in opera una delle due scale che permettevano l'accesso al cammino di ronda per sorvegliare l'ingresso al centro e ai livelli superiori della porta, dove erano collocate la camera di manovra per la cataracta e probabilmente l'alloggio delle guardie; sulla destra una delle fontane dislocate nella città romana. Questa fontana è realizzata con blocchi quadrangolari in arenaria e con fondo in cocciopesto.
L'attività di spoliazione nell'area della porta operata per lungo tempo a partire dall'epoca tardo-antica, con l'asportazione dei blocchi di epoca classica che rivestivano e costituivano la cortina esterna del muro di cinta, ha determinato in parte anche il crollo della cortina interna in opera cementizia e delle strutture soprastanti. Dei circa 1500 blocchi (calcolati) che dovevano costituire l'elevato della struttura ne sono stati recuperati solo 300. Tra questi alcuni facevano parte di una cornice modanata del lato esterno della porta: su uno di essi la sigla R E F (refecit) indica il probabile restauro nel I sec. d.C. della stessa e forse anche del muro di cinta. L'iscrizione richiama un testo epigrafico su lastra marmorea della stessa natura recuperato nell'area di Casabianca.
Le Plateiai A e B : Le due plateiai, messe in luce nell'area di Parco del Cavallo, sono fiancheggiate dalle strutture più imponenti dell’area. La grande plateia A misura circa 13 metri da un lato all'altro della carreggiata, per una lunghezza visibile di 386 metri. La strada parte dalla Porta Nord e si interrompe a sud, ostruita da un edificio termale costruito nel I sec. d.C..
L'impaludamento dell'area a Sud della città, rese impraticabile questo settore, determinando un restringimento dello spazio urbano di Copia e degli spazi riservati alle strutture pubbliche di età romana. La plateia A, presenta per tutta la sua lunghezza un cordolo centrale e una leggera insellatura a dorso d'asino per convogliare l'acqua piovana nei canali selciati ai suoi lati; questi presentano dei passaggi in blocchi ad intervalli regolari che ne permettevano il superamento per accedere agli edifici che costeggiavano la strada stessa.
Proprio all'incrocio tra la plateia A orientata Nord-Sud, e quella B orientata Est-Ovest, sono visibili rocchi di colonne e blocchi accostati, usati anche in epoca tarda per permettere lo scavalcamento dei canali. Il selciato stradale di tutte le plateiai note era realizzato con grossi basoli irregolari giustapposti a formare un piano continuo di pietre durissime resistenti all'usura dell'intenso traffico che doveva svolgersi nella città. In più punti sono visibili i solchi lasciati dalle ruote dei carri che percorrevano la strada. La plateia A, grazie ai recenti scavi che hanno individuato con precisione le altre strade, è identificabile nella descrizione che fa Diodoro Siculo dell'urbanistica di Thurii e dell' impianto ippodameo , come la plateia chiamata Olympias .
All'incrocio tra le plateiai A e B si percepiste l’ impulso alle ristrutturazioni edilizie che si ebbe in epoca ‘augustea' e nei primi decenni del I sec. d.C.. A questo periodo risalgono il rifacimento dell'emiciclo-teatro, la costruzione del tempio, l'impianto di grandi fontane, la ristrutturazione del muro di cinta e la costruzione dell'edificio termale.
L'incrocio tra le plateiai A e B è infatti è invaso dalla costruzione del basamento del tempio e da una scala laterale di acceso; alle spalle del tempio è inoltre visibile il grande scasso circolare per l'impianto di una fontana del diametro di circa cinque metri. Anche la plateia B ( Thurina o Heroa ), fu ristretta in prossimità dell'incrocio, dalla costruzione del basamento del tempio e dell'edificio scenico del teatro che occupa buona parte della sua carreggiata originaria.
Edifici abitativi: Gli edifici abitativi di Parco del Cavallo presentano la planimetria tipica delle case romane, con cortile quadrangolare sul quale si affacciano i diversi vani, alcuni con pareti affrescate e pavimenti a mosaico. Una grande domus del I sec. a.C., è stata messa in luce nell'area immediatamente alle spalle del teatro-emiciclo di costruzione più recente. La domus fu abitata con continui rifacimenti fino al V sec. d.C. Questa residenza occupava inizialmente quasi per intero la superficie di un isolato del vecchio reticolo urbano di Thurii che continua ad essere usato in età romana; la domus venne ridimensionata attorno al 50 a.C. per far posto alla costruzione dell'emiciclo-teatro.
L'architettura della domus di Copia ruota attorno ad un grande peristilio centrale da cui si accedeva agli ambienti di rappresentanza principali: il tablinum , il triclinio invernale a Sud e il triclinio estivo a Nord.
Il tablinum era pavimentato con marmi policromi a motivi geometrici. I vani dei triclini, oltre ad essere pavimentati a mosaico, presentano le pareti affrescate. Le decorazioni rimaste in opera sono a pannelli geometrici (quadrati, rettangoli, losanghe e cerchi) policromi (rossi, verdi, turchesi, gialli), restano tracce anche di decorazioni figurative. Al centro del triclinio invernale, vi è un grande mosaico, databile al I sec. d.C., con cordoni a tessere bianche, bordature nere e losanghe in tessere nere, contornanti una specchiatura centrale, asportata in epoca antica. Questa lacuna ha permesso di approfondire i livelli di scavo arrivando a scoprire, a meno di un metro sotto il pavimento romano, alcuni tratti murari in ciottoli di fiume a secco relativi ai vani di un abitazione della città di Thurii. La struttura è databile al IV sec. a.C.. Nello stesso saggio ad un livello di poco più profondo è stato individuato un pozzo in cilindri di terracotta sovrapposti, dal quale sono stati recuperati molti frammenti ceramici risalenti alla fase arcaica di Sibari (VI sec. a.C.). Sul lato della casa che affaccia sulla plateia A, sono venuti in luce alcuni ambienti di servizio: in uno di essi è presente un grosso dolio sezionato che copre un pozzo ad anelli di terracotta, dal quale si poteva attingere acqua dalla falda sottostante. In un altro vano è visibile parte di una macina a campana usata per macinare granaglie.
L'emiciclo-teatro: E’ il principale edificio pubblico messo in luce e una delle strutture meglio conservate. La fase più antica risale alla metà del I sec. a.C. ed è relativa ad un edificio a pianta semicircolare. Non è ben chiara la funzione di questo primo edificio, il cui assetto originario ha subìto notevoli modifiche: è probabile che si trattasse di un luogo per riunioni o di mercato. Questo emiciclo porticato con grosse colonne a fusto liscio con capitelli a foglie (alcune delle quali rimesse in opera), era preceduto da un altro portico rettilineo colonnato sul lato Sud.
La copertura dell'intera struttura era realizzata con tegole e coppi prodotti verosimilmente in loco. Dopo circa un secolo, verso la metà del I d.C., l'edificio viene profondamente trasformato e riadattato come teatro: il muro curvilineo rialzato, massicci contrafforti in laterizi vengono disposti ad intervalli regolari lungo la curvatura esterna a reggere la spinta del terrapieno che internamente ricopre completamente il precedente colonnato e sul quale vengono costruiti i gradini della cavea.
L'orchestra del teatro viene pavimentata con marmi policromi e spallette di marmo separano questo spazio dalle gradinate della cavea; allo spazio dell'orchestra ed al proscenio si accedeva da scale laterali in calcare. Un edificio scenico con pareti absidate per contenere gli apparati armonici ed un post scenae completavano la struttura che, proprio con l'edificio scenico, invade parte della carreggiata della plateia B.
Il teatro era abbellito da fregi e statue recuperate dagli scavi. Osservando i muri si individuano facilmente grossi blocchi in calcare tenero reimpiegati da edifici pubblici di Thurii e di Sibari. Alcuni appartenenti al fregio figurato (scolpito a bassorilievo) di un tempio arcaico sono stati rimossi ed esposti al museo (in loco rimangono delle copie). La costruzione dell'emiciclo prima e del teatro poi, denota che tra la metà del I sec. a.C. e il I sec. d.C. vi fu un notevole fervore edilizio. Dinanzi al teatro viene sistemato il foro , a sviluppo rettangolare con il lato opposto alla strada delimitato da un massiccio portico in mattoni ; sul limite stradale della piazza vengono costruite due grandi fontane a pianta circolare; un'altra grande fontana circolare (ne resta l'alloggiamento sul selciato stradale) è costruita a breve distanza alle spalle del teatro, sulla plateia A.
Il Foro/ Agorà: L'organizzazione urbana della città di Thurii rimane ancora per la maggior parte sconosciuta: quasi nulla si sa della disposizione degli edifici e degli spazi pubblici. E' certo però che la sovrapposizione della città di Copia per molti aspetti ricalca l'impianto turino. I saggi di scavo degli ultimi anni hanno permesso di identificare un'area a destinazione pubblica risalente al periodo ellenistico, forse una delle agorà della città greca.
L'area pubblica, probabilmente già prevista in fase di pianificazione dall' impianto ippodameo, venne risistemata in epoca romana e trasformata nel Foro di Copia. Il Foro oggi appare visibile come un ampio slargo di forma rettangolare, libero da strutture, di fronte al teatro e prospiciente la plateia “B”. Sono visibili in crollo, tra l'edificio termale e lo slargo con le fontane, le arcate di un portico in mattoni che delimitavano il foro.
Le terme: Nel I sec. d.C. vi è la costruzione di un edificio termale in una zona della città dove erano già presenti il teatro e il foro. Le terme, visibili alla fine della plateia A risultano sovrapposte ad essa, in pratica la chiudono all'altezza dell'incrocio con la plateia B.
E' probabile che all'epoca della loro costruzione, la zona più a Sud della città, verso la quale proseguiva la strada, fosse stata già abbandonata a causa dell'impaludamento dovuto forse ad una deviazione naturale del Crati.
L'edificio termale si apre sul lato Nord con una serie di grandi ambienti comunicanti, pavimentati in opus spicatum, in gran parte ancora conservato , dai quali si accede agli ambienti termali. Sono ben riconoscibili tepidarium e calidarium , per la presenza in situ sia delle suspensurae che delle concamerazioni parietali in tubuli di terracotta che costituivano il sistema di circolazione dell'aria calda prodotta nei praefurnia . Un vano absidato del calidarium ospitava la vasca di acqua calda, nell'ambiente del frigidarium , la natatio si presenta come un grande vano con scaloni di accesso all'interno della vasca. Gli ambienti erano pavimentati a mosaico con tessere bianche e nere a formare motivi geometrici (a losanghe e quadrati), raffigurazioni naturalistiche, grifoni, delfini ecc.. Le ultime fasi di vita dell'edificio risalgono alla fine del VII sec. d.C., quando l'edificio aveva perso la sua primitiva funzione e veniva utilizzato come luogo di culto cristiano. All'esterno sul fronte Sud, con murature in opus reticulatum , e laterizi sono stati evidenziati i crolli di un portico sorretto da grosse colonne con capitelli corinzi.
Il Tempietto: Dal punto di vista architettonico, l'unica struttura individuata nell'area di Parco del Cavallo che può essere interpretata come un probabile luogo di culto di Copia è un edificio rettangolare a pianta tripartita con una delle pareti di fondo absidate, posto all'incrocio tra le plateiai A e B e confinante con il lato Nord-Ovest dell'emiciclo-teatro. Risalente al I secolo d.C. è costruito su un podio in opus reticulatum sopraelevato di oltre un metro rispetto al piano stradale delle due plateiai . La sua funzione doveva essere importante, visto che la costruzione invade metà della carreggiata della plateia A. Un accesso con una scala ampia è visibile nell'angolo Nord-Est, in corrispondenza della parte posteriore della struttura; vi si poteva accedere anche da una stretta scaletta a rampe contrapposte, sul fronte Ovest del podio che affaccia sulla plateia A. Nei saggi effettuati nel 1991 in una taberna nelle vicinanze del tempio,è stata rinvenuta una laminetta bronzea, databile al II secolo a.C., sulla quale sono ricordate in ordine d'importanza quattro divinità del pantheon romano: Giove, Apollo, Minerva ed Hercules.
Le fontane pubbliche: Copia era dotata di diverse fontane pubbliche di grandi dimensioni; fino ad oggi nell'area di Parco del Cavallo ne sono state individuate sei. Tre, a pianta circolare con una base di circa cinque metri, erano collocate attorno all'area principale della città, dove si concentravano i maggiori edifici pubblici. Lungo la carreggiata Ovest della plateia A, a metà strada tra la porta e l'incrocio tra le strade A e B, è collocata una fontana a pianta rettangolare, un'altra fontana a pianta rettangolare era ubicata lungo la plateia B. Una funzione di ristoro doveva essere svolta dalla fontana collocata immediatamente a ridosso della Porta Nord, all'interno delle mura di cinta.

• Prolungamento Strada
L’ area di Prolungamento Strada è il secondo grande cantiere sull'asse Est-Ovest della plateia B che prosegue in direzione mare fino a Casabianca. Lo scavo dell'area, prosecuzione ideale di Parco del Cavallo da cui è separato dal percorso della SS106, ha portato in luce diversi edifici privati collocati lungo i lati della plateia B e un nuovo asse stradale ad essa ortogonale, la plateia C. Qui risultano rispettate le misure regolari dell' impianto ippodameo, (distanza di 1000 piedi attici tra l'incrocio delle plateiai A e B e quello tra la plateia B e la C).
Le strutture messe in luce sono tutte pertinenti alla fase romana anche se costruite rispettando l'assetto urbano di Thurii. Delle due strade visibili, la plateia B si presenta meglio conservata della C, quest'ultima risulta accuratamente basolata nel suo sviluppo verso Sud e con un largo canale laterale di scolo delle acque mentre meno rifinita è la parte di strada visibile a Nord dell'incrocio, dove le basole sono a maglia allargata. Gli edifici di Prolungamento Strada sono in genere di dimensioni medie e con finiture che solo in qualche vano prevedevano pavimentazioni a mosaico.
Gli edifici che si affacciano sulle plateiai B e C, hanno comunque una lunga vita e sono stati utilizzati, con vari rifacimenti e modifiche, per diversi secoli dopo la loro costruzione e fino al IV-V sec. d.C.. Molti edifici avevano portici colonnati sulla facciata che dava sulla strada, come confermano i molti plinti in laterizi disposti a distanza regolare e i diversi rocchi di colonne crollati sul selciato stradale e ancora oggi visibili. All'incrocio tra le plateiai B e C rimane in opera il grosso pilastro di un castellum acquae a cui erano collegate delle fistulae, le tubature, ancora visibili in superficie per diversi metri, costeggiano gli edifici che si affacciano sulla carreggiata Est della plateia C.
Sul lato Est del serbatoio a pochi metri è ubicata una grande fontana a vasca rettangolare, con fondo in cocciopesto e muretti in blocchi lapidei. Alcuni saggi scavati ai margini dell'area di Prolungamento Strada hanno permesso di individuare muri dell'abitato di Thurii di poco successivi all'epoca della sua fondazione databili pertanto metà del V sec. a.C.. Ad un livello ancora più profondo si è individuato uno strato arcaico databile al VII sec. a.C riferibile alla colonia di Sibari.

• Casabianca
L'area di Casabianca dista dal settore di Prolungamento Strada circa 500 metri. L'area costituisce il limite Est fino ad oggi messo in luce. All'estremità Ovest è visibile il tratto terminale in terra battuta della grande plateia B; qui la mancanza di rifinitura della carreggiata stradale, non è lastricata, suggerisce che ci si trovi ai margini dell' impianto urbano di Thurii. La plateia B termina immettendo su una grande area quadrangolare basolata; ad Est di questa sono visibili i resti di una struttura a pianta circolare. In questo settore è visibile un lungo tratto della cinta muraria della colonia romana, indicato come Lungo Muro.
La fortificazione presenta un grosso bastione a pianta quadrangolare che rafforzava il lato Nord di una porta che si apriva permettendo l'accesso alla città dal lato mare. Ad Ovest dell'area basolata, sono visibili i basamenti di alcune grandi strutture di epoca romana riferibili ad un campus : un hospitium , un propylon ed una grande piscina; un lungo canale costeggia questi edifici piegando verso Nord a seguire il muro dell' hospitium .
L'ultima struttura visibile all'estremità Ovest è stata identificata come macellum. In epoca imperiale, l'area esterna alla porta e quella prossima al muro di cinta viene utilizzata come necropoli; dagli scarni corredi funerari delle numerose tombe si è potuto datare la necropoli alla fine del III sec. d.C.. In epoca tarda furono costruiti su un rialzo di terreno, a coprire parte della vecchia area basolata, alcuni edifici funerari.

• Stombi
L'area di Stombi è situata a circa due chilometri da Parco del Cavallo, a breve distanza dall'antico corso del fiume Coscile. I sedimenti depositati dal Crati e dal Coscile hanno creato un interro delle strutture antiche, che arriva ad oltre quattro metri. Gli interventi archeologici che dal 1960 per un decennio hanno interessato quest'area, hanno portato in luce diverse strutture relative alla fase arcaica della città di Sibari, di cui Stombi costituiva probabilmente un quartiere periferico.
L'area scavata rappresenta la parte continua più estesa di quanto visibile dell'antica Sibari. Il quartiere di Stombi mostra semplici abitazioni e laboratori artigiani. Le testimonianze più antiche recuperate a Stombi, costituite da reperti in ceramica, attestano una frequentazione dell'area a fin dall'epoca della fondazione di Sibari. L'urbanizzazione del quartiere, con la costruzione di edifici, è attestata dal VII secolo, con un notevole sviluppo durante tutto il VI secolo.
Le diverse strutture individuate avevano lo zoccolo di fondazione realizzato in ciottoli di fiume assemblati a secco, l'elevato in mattone crudo intonacato, coperto da travature lignee su cui poggiava il tetto in tegole; embrici a sezione pentagonale coprivano gli accostamenti delle tegole per evitare infiltrazioni d'acqua. Gli edifici, generalmente a pianta rettangolare, presentano caratteristiche strutturali simili: due o tre grandi vani comunicanti, pavimenti in terra battuta, un accesso che si apriva all'esterno a volte protetto da una tettoia che correva sul lato lungo della casa a formare un porticato riparato. Il rinvenimento di diverse fornaci dotate di una piccola camera di cottura, fa supporre che Stombi fosse un quartiere di ceramisti specializzati nella produzione di terrecotte votive (statuette) o vasi miniaturistici (anch'essi votivi).
Quest'ipotesi è avvalorata dalla gran quantità di statuette e altri oggetti con funzione votiva (nonché di scarti ceramici) recuperati durante gli scavi. Poco chiare risulta l’identificazione di uno degli edifici (edificio F) all’interno del quale è stata rinvenuta una piccola stipe che ha restituito del materiale coroplastico ben conservato. La pianta dell’edificio (stretta ed allungata con orientamento est-ovest, suddivisa in tre parti non uguali) fa supporre che si tratti di un edificio cultuale. Questo ha indotto ad ipotizzare un’urbanizzazione di tipo sparso, per nuclei diversificati con proprie aree di culto, senza un’organizzazione spaziale rigorosa. La presenza di pithoi in alcune abitazioni e l'omogeneità dei reperti ceramici, inducono a ritenere che il quartiere fosse abitato da una classe sociale omogenea. Pozzi costruiti con anelli in terracotta impilati fino a raggiungere la falda acquifera, garantivano il necessario approvvigionamento idrico; vi erano inoltre due cisterne, una circolare ed una rettangolare.
La modifica delle aree tra gli edifici, spazi pubblici e strade, i solchi lasciati dallo spolio delle fondazioni di edifici riferibili alle fasi più antiche di fine VII inizi VI secolo, indicano una certa vitalità e diverse trasformazioni dell'assetto urbano di questa parte della città, che continua fino alla distruzione di Sibari nel 510 a.C.. L'abbandono del quartiere da parte dei sibariti superstiti, lo vedrà spogliato degli arredi e delle suppellettili trasportabili; gli edifici ormai senza manutenzione andranno in rovina. I pochi decenni che separano questo evento dalla nascita della colonia panellenica di Thurii, videro una scarsissima frequentazione dell'area di Stombi.
Finora è stata individuata una sola struttura, probabilmente una fattoria, di fine V inizi IV secolo, costruita con ciottoli di reimpiego provenienti dagli edifici più antichi, che continuava ad usare una cisterna rettangolare dell'epoca precedente. In età romana, l'area di Stombi è al di fuori dell'ambito urbano della colonia di Copia, non sono attestate costruzioni di questa epoca ma solo una sporadica frequentazione di passaggio.

Oasi
L’apertura di nuovi saggi nella cosiddetta area Oasi a nord-est rispetto ai cantieri di Parco del Cavallo e Casabianca, ha avuto come scopo la verifica della reale consistenza dell’impianto urbano di età classica a nord della linea del “Lungo Muro” d’età romana che aveva ridotto notevolmente l’estensione della città, pur rispettandone l’organizzazione spaziale interna. I saggi hanno portato alla messa in luce della plateia E perpendicolare alla plateia D provando la regolarità della scansione del reticolato viario.
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